Tutti gli articoli di Francesca Pini

A Timbuctu la cultura vince la Jihad. In Timbuktu culture wins over Jihad.

Scroll down for english version

C’è in Francia un film, Timbuktu del regista Sissako (originario del Mali), che si è guadagnato la palma di miglior film del 2014. L’argomento non è leggero (non si tratta di quell’ avventura nel deserto  che nel 1957 vide recitare insieme Sophia Loren e Rossano Brazzi), anzi è molto impegnativo. Tratta della questione dell’insorgenza del Jihadismo nel mondo musulmano, partendo dal Mali. E dall’episodio della lapidazione, nel 2012, di una coppia, svoltasi nell’indifferenza generale, anche dei media internazionali. Non aveva fatto molta “notizia”, come si dice. La pellicola evoca l’occupazione, in quell’anno, della città da parte degli estremisti islamici. In quel contesto sorgono, anche, delle resistenze individuali, come nel caso di quella pescivendola, donna di dolcezza e forza struggente, flagellata e presa in ostaggio perché non si è messa i guanti. Ma quando la picchiano lei risponde alla violenza, cantando. Attimi di intensa commozione in sala.

 

Il film non è un atto d’accusa senza speranza: oltre a denunciare la presa in ostaggio della religione islamica, e della popolazione inerme da parte degli estremisti, è una riflessione profonda sui comportamenti umani, sia delle vittime che dei carnefici, il tutto osservato dal cineasta con uno sguardo sull’umanità che ognuno conserva, anche nell’ accecamento del fanatismo e dalla crudeltà. Trovando una feritoia di luce anche nel buio di chi si è perso dentro ideologie antiumane.

 

Fin qui il film uscito nelle sale francesi, al quale fa un’eco al Bozar di Bruxelles, Timbuktu Renaissance, che ci immette nel vivo della questione dell’occupazione dei jihadisti nel Mali, raccontandoci di quella resistenza attiva di un gruppo di studiosi (capitanato da Abdel Kader Haidara, specialista di manoscritti antichi e direttore della Biblioteca Mamma Haidara di Timbuctù) che, insieme a dei collaboratori, a rischio della propria vita, ha messo in salvo in gran segreto, nella cittadina di Bamako un fondo di manoscritti secolari (provenienti anche dalle bibloteche di 32 famiglie del luogo), altrimenti destinati al rogo. Fatto di certo non nuovo nella storia delle dittature, come accadde anche sotto il regime nazista.

Abdel Kader Haïdara in his library in Timbuktu, 2007 ©Alexandra Huddleston The contents of a trunk out of a family library in Timbuktu © Seydou Camara
Abdel Kader Haïdara in his library in Timbuktu, 2007 ©Alexandra

Manoscritti particolarmente importanti anche perché trattano di matematica, legge, religione e trasmettono un sapere che è anche portatore di pace tra gli uomini: «Le tragedie sono causate dalle differenze e dalla mancanza di tolleranza. Gloria a Colui che crea grandezza dalla differenza e permette che pace e riconciliazione regnino». (Citazione di El Hadj Omar Tall, 1797-1864). Così, quando gli estremisti sfondarono le porte della Biblioteca Ahmed Baba non vi trovarano che libri di religione, editi tra Otto e Novecento, di relativa importanza perché il grosso era stato salvato.

 

Timbuctu-5-
The contents of a trunk out of a family library in Timbuktu © Seydou Camara

 

Al Bozar di Bruxelles, fino al 22 febbraio, sono esposti 16 manoscritti che testimoniano il “lieto fine” di quell’avventura e, sulla scorta di una serie di fotografie del Mali, raccontano il fascino di questo Paese che, nei secoli XV e XVI fu un rinomato centro di cultura. Un detto africano così descrive Timbuctu: «Il sale viene dal nord, l’oro dal sud e l’argento dalla terra dell’uomo bianco. Ma la Parola di Dio e il sapere possono essere trovati solo a Timbuctù».

Holy Quran with gilt writing on fish skin. Haidara library
Holy Quran with gilt writing on fish skin. Haidara library

One of the aspects of war which people are less familiar with is the plundering and destruction of cultural and historic heritage, which often go hand in hand. Everyone remembers the images from 2001 when the Bamyian Buddha sculptures in Afghanistan were blown up by the Taliban, but today also priceless cultural objects and sites are being lost on a daily basis in countries that are in conflict situations such as Syria, Iraq or Lebanon.

Manuscript of Timbuktu (c) Seydou Camara
Manuscript of Timbuktu (c) Seydou Camara

 

In April 2012 war broke out in Mali and Timbuktu fell into the hands of Jihadists.The city, well situated at an intersection of rivers and trade routes, was at the peak of its glory in the 15th and 16th century a renowned Islamic centre of knowledge and abeacon of culture and tolerance. In Timbuktu numerous valuable books and manuscripts were in circulation, either written, copied or sold there. The collected knowledge about subjects ranging from African history to mathematics and chemistry, to public administration and law, were preserved and disseminated from there. Until the outbreak of the war they could be found in diverse public and family libraries, and private collections. During the war, the Jihadists imposed a radical form of Islam and attacked the cultural riches of the city. Confronted with acute danger facing the manuscripts, Mali and the international community raised the alarm. A group of representatives from the 32 family libraries, under the leadership of Abdel Kader Haidara, took personal risks to secretly transport almost the entire patrimony to the Malian capital Bamako. According to art historian Julie Chaizemartin «It is one of the biggest cultural rescue operations ever in the context of an exacerbated political-ideological war». When the Jihadists gained entry to the Ahmed Baba library, all they found was around a hundred religious works from the nineteenth and twentieth century and a handful of relatively unimportant manuscripts.

 

The exhibition showcases a selection  of16 original manuscripts mostrepresentative of thisof this heritage, with texts about science, politics and law. The sophisticated contemporary message they convey is remarkable. ‘Tragedies are caused by difference and lets peace and reconciliation reign’, is one example. (Quote from El Hadj Omar Tall (1797-1864))

 

The story of the selected manuscripts is presented in three languages (Dutch, French and English).The exhibition is further supplemented by photographs of manuscripts, of the city’s architecture and of Koranic schools today. In addition, you can enjoy clips from the films ‘Timbuktu’ and ‘The Last song before the war’.

 

The exhibition has been compiled by Abdel Kader Haidara, specialist in old manuscripts and director of the Mamma Haidara library in Timbuktu. He organised the manuscript rescue operation in collaboration with other library managers. In 2014 he won the German Afrikapreis for his work towards the rescue and preservation of the manuscripts of Timbuktu.

A Budapest, cinque nuovi musei. Budapest’s five new museums

Scroll down for english version

Tra due anni si aprirà in Europa il più grande cantiere culturale finora mai pensato. E da qui al 2018 Budapest conta di costruire cinque nuovi musei, edificati nel parco centrale del Varosliget, il più esteso della capitale, con buona pace dei Verdi, anche perché, stando alle promesse, l’attuale superficie green, a lavori conclusi, guadagnerà un 5% in più, passando dal 60 al 65% di estensione vegetale e floreale.  Anche la città ungherese, come molte altre metropoli europee, punta tutto sull’immagine culturale, trainante per un turismo di qualità. Quasi 500 sono i progetti pervenuti (in forma anonima) alla commissione giudicatrice, internazionale. Per il Museo di Etnografia è stato scelto il francese Vallet de Martinis DIID Architects, che ha proposto un progetto molto razionalista. Per quello di architettura e di fotografia (un genere molto amato da queste parti anche per le storiche figure di Gyula Halász, meglio conosciuto come Brassaï, e del suo allievo André Kertész entrambi padri della fotografia contemporanea), la decisione della commissione è caduta sullo studio ungherese Középülettervező Zrt, che ha proposto due parallelepipedi, speculari (vedi la foto sotto).

Il Museo dell'architettura ungherese e il  Museo della fotografia (opera dello studio Középülettervező Zrt), visti dall'alto
Il Museo dell’architettura ungherese e il Museo della fotografia (opera dello studio Középülettervező Zrt), visti dall’alto
Museo della Fotografia, progetto dello studio ungherese Középülettervező Zrt
Museo della Fotografia, progetto dello studio ungherese Középülettervező Zrt

La “Casa della musica ungherese”, invece, porterà la firma del giapponese Sou Fujimoto, che ha immaginato quasi un edificio-fungo, con un tetto molto bucherellato, che permette effetti di luce. E mentre la città si prepara a un nuovo futuro, e questi progetti dalla carta devono passare alla fase costruttiva (per un totale di 75 miliardi di fiorini), l’importante museo di arte antica Szépművészeti chiude i battenti per i prossimi due anni, per ripresentarsi rinnovato. Rimane ancora aperta, però, un’altra gara internazionale, per la costruzione della nuova Galleria Nazionale-Ludwig Museum. Malgrado siano pervenuti un’ottantina di progetti, nessuno di questi è stato ritenuto idoneo dalla giuria, che ha così posticipato il termine del concorso all’agosto del prossimo anno.

Vallet de Martinis-1-jpg
Il Museo dell’Etnografia, del francese Vallet de Martinis

 

Vallet de Martinis-3-jpg
Interno del Museo dell’Etnografia, opera di Vallet de Martinis

 

This February the Museum of Fine Arts and City Park Property Development Zrt. announced an open, international competition for the design of the five buildings to be built in City Park, the location of the biggest ongoing museum development project in Europe. Of the more than 470 designs submitted by the end of May 2014 deadline, 17 were selected for the second round and were evaluated by an 11-member jury of Hungarian and foreign museum and architectural professionals to find the winning designs and award-winners for the buildings-to-be of the Museum of Ethnography, the House of Hungarian Music, as well as the FotoMuzeum Budapest and the Hungarian House of Architecture. The winning and award-winner designs, as well as the projects that made it into the second round of the competition can be viewed online at www.ligetbudapest.org.

 

Among the 80 designs that were submitted for the building of the New National Gallery – Ludwig Museum, the jury did not find any that it deemed suitable to be implemented based on the evaluation criteria; therefore, a new competition was announced, which is expected to be closed next August.

ZRT-5-jpg
Il Museo dell’architettura ungherese, nel rendering dello studio Középülettervező Zrt

 

The jury and the 36 experts who helped their work evaluated the projects based on 5 groups of criteria. Besides the architectural quality and solutions of the designs the judging committee also examined the technological and functional ideas (e.g. envisioned visitor experience and museum technological solutions), the sustainability of the designed building (energy efficiency, ecological considerations), its dialogue with the environment (including its embeddedness in the urban landscape, its connection with the City Park, and the accessibility of the building), as well as the expected costs of the implementation. Another highlighted consideration was for the designed buildings to be friendly to the green surface of the park to the greatest possible extent.

Casa della musica ungherese, progetto di Fujimoto
Casa della musica ungherese, progetto di Fujimoto

 

The five new buildings to be constructed within the framework of the Liget Budapest Project aimed at the complex development of the City Park will be located on the edges of the park, in areas currently covered with concrete, as well as on the site of existing buildings and structures in the City Park that are earmarked for demolition; thus, during the implementation of the project the green area of the park will be preserving and enlarged. The Museum of Ethnography, the Hungarian Museum of Architecture and the FotoMuzeum Budapest (currently the Hungarian Museum of Photography) will be situated on Ötvenhatosok tere (Fifty-sixers’ Square), the House of Hungarian Music will occupy the area of the former Hungexpo Offices, to be pulled down, while the New National Gallery – Ludwig Museum will be constructed in the place of the Petőfi Hall. Thanks to the project, simultaneously with the rehabilitation of the park’s flora, the green area of the City Park will be increased by tens of thousands of square meters, from today’s 60 percent to 65 percent.

Interno della Casa della musica ungherese, opera del giapponese Fujimoto
Interno della Casa della musica ungherese, opera del giapponese Fujimoto

According to plans, construction will begin in 2016, and the new museums will open to visitors in March 2018.

The total cost planned for the implementation of the new public buildings is 75 billion forints.

Restauro museo ebraico di Venezia e sinagoghe. Restoration of Jewish Museum and Synagogues of the Famed Venice Ghetto

Argento-ebraico-1 Scroll down for english version

Continua l’opera di valorizzazione del patrimonio della cultura ebraica veneziana, promossa da Venetian Heritage, organismo non profit per la salvaguardia della città lagunare, fondato nel 1999 a New York. Il primo capitolo è stato, nel 2012, il restauro degli antichi argenti del Ghetto (oggetti di culto realizzati tra XVIII e XX secolo), messi in salvo durante la seconda guerra mondiale da due signori che non fecero più ritorno dai campi di sterminio. I preziosi furono nascosti nell’intercapedine di una parete della Scuola Spagnola. Ora l’obbiettivo più importante di Venetian Heritage è raccogliere, entro il 2016 (anno in cui si celebreranno i 500 anni del Ghetto, simbolo della presenza della Comunità in Venezia, accolta in seno alla Repubblica secondo speciali leggi che ne regolavano la permanenza) quei 12 milioni di dollari (9,6 milioni di euro) che devono servire al restauro del museo ebraico e delle tre sinagoghe. Restauro che rientra nei programmi sovrintesi dall’Unesco, e anche della Soprintendenza sotto la direzione di Renata Codello. La mostra itinerante degli argenti ha toccato New York, Houston e da ieri si è inaugurata è a Perth, alla Art Gallery of Western Australia, dove rimarrà aperta fino al 16 marzo 2015.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

 

In 1943 a number of precious silver and bronze objects dating from the 1700s to early 1900s were hidden from the approaching Nazi armies by two Venetian Jewish religious leaders who never returned from the concentration camps. These valuables, which represent traditional Venetian Jewish silversmithing and bronze-casting methods, were forgotten until they were unearthed during the restoration of the Scuola Spagnola (or Ponentina) in the Venetian ghetto a few years ago, and a selection from this collection are on display at AGWA.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Over the centuries, Venice was considered a hub of Jewish culture, with its residents playing a valuable role in the city’s economy from the time of the Renaissance. In 1516, the Venetian Senate segregated Jews in a six-acre area that housed several thousand people and five synagogues, at the site of a former foundry (geto). To mark the 500th anniversary of the Jewish Ghetto of Venice the international organisation Venetian Heritage, in cooperation with Maison Vhernier, has organised for these objects to be restored and displayed in an exhibition titled Treasures of the Jewish Ghetto of Venice. Recently presented at the Winter Palace in Vienna, the exhibition has also been seen in New York, Houston and Venice.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Venetian Heritage Council’s Chairmen and President/CEO of Thor Equities Joseph Sitt and VHC Vice Chairmen Diane von Furstenberg, who are leading the international fundraising efforts, unveiled the $12 million innovative design and architectural. Specifically, the $12 million undertaking will repair and reinforce walls and structures through the entire building, restore gilded wooded panels bearing carved biblical features, and fix numerous adornments and design elements that have suffered the weight of a half-millennium.“This is a project long overdue and hugely important to European and Jewish identity. There are 500 years of cultural and religious importance residing within this community and it’s imperative that we revive and revitalize it,” said Joseph Sitt. “As much as this renovation is about preserving the past and the rich history of the Venetian and Jewish communities, today is about the future. All of us are responsible for making sure that future generations – 500 years from today – have access to these stories of human culture and progress,” said Diane von Furstenberg. “In addition to the structural revitalization of the synagogues, we are vastly improving and upgrading the museum space, adding space and streamlining room-to-room flow to accommodate the incredible interest in this piece of history. This is a huge component of European culture and it can’t be ignored,” Venetian Heritage Council Director Toto Bergamo Rossi added.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

La mostra di Pontormo vince l’Apollo Awards 2014

Le mostre su base scientifica, in Italia, sono diventate una rarità, la mosca bianca. Il mercato è in mano, nel 90% dei casi, all’imprenditoria privata certo più propensa a progettare esposizioni che facciano cassetta, anche perché investe ingenti somme soprattutto per ottenere i prestiti (a pagamento) da collezionisti e musei. Ma che “messaggio” passa all’estero? Dove sono finite le nostre scuole di pensiero, anche nell’ambito della storia dell’arte? All’estero, quando si parla con i direttori di museo, questo sistema di “intermediazione culturale” appare come un’anomalia tutta italiana, in linea con il Paese, del resto. E infatti lo è, ma questa situazione si è venuta a creare per il vuoto lasciato in ambito pubblico, vuoto man mano diventato più grande, anche a causa dei pesanti tagli ai bilanci dei musei. Quando i nostri governanti capiranno che la cultura è innovazione? E che occorre investire risorse ,  in ciò che di meglio abbiamo, nel patrimonio della meravigliosa arte raccolta nei nostri musei grandi e piccoli, da Sud a Nord? Occorre riportare al centro della politica culturale e della programmazione  i musei, con il loro potenziale, anche “contrattuale” nel dialogo con gli altri musei internazionali. Troppo spesso i musei vengono disertati (eccezioni a parte), mentre si formano le code per vedere Madonne che arrivano dall’estero, e non si conoscono quelle, altrettanto sublimi, che si hanno in casa, solo perché fa difetto il “marketing”. Questa premessa per commentare una notizia. La rivista Apollo-The International Art Magazine, ha assegnato alla mostra “Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della “maniera” (Firenze, Palazzo Strozzi 2014) curata da Antonio Natali, direttore della galleria degli Uffizi e da Carlo Falciani, docente di Storia dell’arte Il The Apollo Awards come migliore esposizione dell’anno 2014, La mostra fiorentina ha battuto nel gradimento di una giuria internazionale altre importanti esposizioni realizzate al Metropolitan Museum di New York e alla Tate Modern di Londra.

Rosso Fiorentino (Giovan Battista di Jacopo; Firenze 1494-Fontainebleau 1540) Angiolino musicante, 1521; olio su tavola; cm 39,5 x 47. Firenze, Galleria degli Uffizi, inv. 1890 n. 1505
Rosso Fiorentino (Giovan Battista di Jacopo; Firenze 1494-Fontainebleau 1540) Angiolino musicante, 1521; olio su tavola; cm 39,5 x 47. Firenze, Galleria degli Uffizi, inv. 1890 n. 1505

L’importante riconoscimento sottolinea il valore scientifico della mostra e la proposta di una ampia rilettura delle arti fiorentine del primo Cinquecento, secondo un approccio ancora capace di considerare le opere d’arte quali brani poetici di un’epoca, da leggere attraverso un complesso lavoro iconologico, e non come feticci solo da ammirare. Anche in questo il Premio si pone contro tendenza rispetto ad una strisciante esterofilia che, in Italia, sovente porta ad esempio di scientificità solo esperienze straniere indicandole quale modello ai nostri studi, mentre in questo caso un’importante rivista internazionale ha scelto come migliore mostra dell’anno proprio una esposizione che ha offerto al pubblico globale le ricerche sul primo Cinquecento nate all’interno della scuola fiorentina di Storia dell’arte.

Pontormo (Jacopo Carucci; Pontorme, Empoli 1494-Firenze 1557) Sacra conversazione (Pala Pucci), 1518; olio su tavola; cm 221,5 x 189,5. Firenze, Chiesa di San Michele Visdomini
Pontormo (Jacopo Carucci; Pontorme, Empoli 1494-Firenze 1557) Sacra conversazione (Pala Pucci), 1518; olio su tavola; cm 221,5 x 189,5. Firenze, Chiesa di San Michele Visdomini

Finalissima per il Guggenheim a Helsinki. Guggenheim in Helsinki, final competition

 

(Scroll down for english version)

Il Makasiini Terminal di Helsinki sta per diventare il secondo museo in fieri del Guggenheim (che, a progetto ultimato, sarà il quarto satellite nel mondo dopo quello di New York disegnato da Frank Lloyd Wright nel 1943 e terminato nel 1959). Alla giuria internazionale sono giunti, in forma anonima, 1715 elaborazioni, di cui ne sono state scelte sei per la “finalissima”. Dai rendering che si vedono online, finalmente si è fuori dalla spirale innescata da Frank Gehry, che ha visto molti cattivi imitatori del suo edificio di Bilbao (terzo Guggenheim in ordine di apparizione), ma una certa ripetitività anche da parte dello stesso famoso architetto canadese, come nel caso del museo della fondazione Vuitton a Parigi, inaugurato il 25 ottobre. Il mio preferito è GH 121371443, ma non mi dispiace neppure il GH 04380895. E il vostro quale è?

(http://designguggenheimhelsinki.org/finalists/?utm_medium=Email&utm_source=ExactTarget&utm_campaign=HKI_ShortlistAnnouncement_120214).

The Makasiini Terminal in Helsinki is about to become the second Guggenheim museum in the making (once finished, it will be the fourth Guggenheim satellite in the world, all following the first in New York designed by Frank Lloyd Wright in 1943, and completed in 1959). The international jury chose six design concepts for the finals, selected from 1,715 anonymous submissions. Observing the six renderings online, we can see that at last we have emerged from the spiral triggered by Frank Gehry, whose building in Bilbao (the third Guggenheim in order of appearance) has seen many bad imitations, and a degree of repetition even on the part of the famous Canadian architect himself, as in the case of the new Vuitton museum in Paris. My favourite is 121371443 GH, but GH 04380895 is also interesting. Which do you prefer?

 

 

Susie Vickery. L’occhio dell’ago. Needle’s eye

(Scroll down for english version)

A Mumbai, allo Space 118 (una bella realtà locale) Susie Vickery terrà il 13 dicembre il suo workshop di ricamo, medium che utilizza per raccontare delle storie, sorta di fumetto su tessuto. Susie ha lavorato per molti anni come costumista teatrale. Negli ultimi 10 anni si è dedicata alla formazione artigianale, coinvolgendo donne in Nepal, Tibet, Cina, India, Birmania e Gaza. E anche in Dharavi, dove continua a gestire un gruppo di cucito dedicato allo sviluppo di prodotti da materiali riciclati. Susie insegna storia della sartoria del XIX secolo ed è docente ospite presso il Victorian College of the Arts, Melbourne. Le sue icone ricamate sono attualmente in mostra a Bergen presso il Museo Nazionale d’Arte, in Norvegia. www.susievickery.com. www.space118.com http://kodebergen.no/en/exhibitions/needles-eye-contemporary-embroidery

 

In Mumbai, at Space 118, Susie Vickery will conducting an Embroidered Graphic Novel Workshop on Saturday 13th December. Embroidery is the medium she uses to tell stories, sort of strips on fabricShe worked for many years as a theatrical costumier. For the last 10 years she has worked with women’s handicraft groups in Nepal, Tibet, China, India, Burma and Gaza, providing design and production training. She was the mentor artist for an art project in Dharavi, where she continues to run a sewing group developing products from recycled materials. Susie teaches 19th Century tailoring as a guest lecturer at the Victorian College of the Arts, Melbourne. Her work in these areas is the inspiration for her embroidered art and animation and her embroidered icons are currently on display at the National Museum of Art, Bergen, Norway. www.susievickery.com http://kodebergen.no/en/exhibitions/needles-eye-contemporary-embroidery, www.space118.com

Dall’Aspromonte si leva un canto

Non vedo l’ora di ascoltarla cantare dal vivo, per ora mi devo accontentare di quel video su internet. Francesca Aspromonte, 23 anni, cantante lirica, nata in un paesino vicino a Cosenza (Montalto Uffugo), l’ho conosciuta sul tram n.9 ad Amsterdam. Dieci battute in inglese prima di scoprire che, invece, eravamo entrambe italiane e andavamo nella stessa direzione, al Rijksmuseum. Francesca Aspromonte è un soprano, canta il repertorio barocco (ma sogna di affrontare Donizetti), non ha bruciato le tappe, ma avanza con tenacia sfoderando un visino dolce che inganna molto sulla sua tostaggine. Così giovane ha già fatto molto. Come tantissimi suoi coetanei anche lei è all’estero per lavorare (qui ad Amsterdam ha affrontato un’audizione ed è stata scelta per interpretare l’angelo nello Jephtha di Haendel), da noi anche i teatri sono alla frutta. «Ma ora vado un po’ a casa, da nonna Maria, ho bisogno delle sue coccole. Ho imparato a vivere in una valigia. All’estero trovi tanta professionalità ma ti manca il calore, che da noi fa però il paio con la disorganizzazione». Mi racconta di quel brano popolare calabrese (La Canzone di Cecilia) che canta dall’età di sei anni, diventato il perno di uno spettacolo sull’amore appassionato e sfortunato (https://www.youtube.com/watch?v=UB-sdHQNxYI), quasi un soggetto pre-Tosca. Prima del canto per Francesca c’è stato il clavicembalo, e genitori musicofili. Arriviamo al Rijksmuseum e puntiamo dritto a Vermeer, le scappa una lagrimuccia di emozione. Al teatro Olimpico di Roma il 18 dicembre interpreterà Giuditta nell’omonimo oratorio di Scarlatti, ma io l’aspetto presto qui alla Scala. Herr Pereira, le concede una prova?

Enjoy!

Benvenuti, questo è il mio blog, sarà il diario di viaggio nell’arte globale. In questo modo potrete seguirmi nei diversi percorsi. Vi parlerò delle mostre che visito, ma anche dei fenomeni che osservo e delle cose che m’incuriosiscono in giro per il mondo (architettura, design, food, gioiello contemporaneo), delle persone straordinarie che si possono incontrare ed aggiungere alla nostra vita, anche solo per un momento, magari il tempo di un volo. Noi tutti amiamo scoprire, essere globali ma non omologati, partecipare, divertirci, condividere, discutere.  Viviamo in una società liquida, seguiamo i flussi, ma andiamo anche controcorrente. Che l’arte renda ognuno di noi  più speciale, migliorandoci anche come persone .

Welcome, this is my blog, in fact my travelogue. With this, you can keep track of where I am going. I will report on exhibitions and on ideas, the new phenomena that I see during my trips, and things that capture my curiosity around the world (architecture, design, food, fashion, contemporary jewellery). Together we will meet amazing people whom we can add to our lives, even if only for a moment, perhaps just for the duration of a flight. We all love to discover, to be global (and glocal), to participate, have fun, share, discuss. We are living in a very fluid society, we go with the flow, but we can also swim against the tide. Hopefully art can make each of us more special, and perhaps a better human being.