Giotto. Riappare un affresco. Giotto, a fresco reappears

Due teste di Apostoli (Pietro e Paolo), collezione privata
Due teste di Apostoli (Pietro e Paolo), collezione privata

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Mancava solo questa “gemma” mai vista dal vero ad impreziosire la mostra Giotto, l’Italia (14 capolavori  riuniti a Palazzo Reale di Milano, dal 2/09 al 10/01/2016). L’aver ottenuto questo difficile prestito (in mani private) riempie d’orgoglio la curatrice Serena Romano (che con Pietro Petraroia ha ideato quest’esposizione,  prodotta da Palazzo Reale e da Electa). L’opera non era ignota agli studiosi. Nel 1971 il professor Valentino Martinelli pubblicò per primo un testo e una foto in bianco e nero in un libro di studi.

Questo frammento d’affresco in cui sono raffigurati due Santi (Pietro e Paolo, per convenzione) è stato conservato nei secoli quasi come una reliquia. Quando la prima basilica di San Pietro fu rasa al suolo nel 1610, qualcuno provvidenzialmente salvò alcuni pezzi del ciclo giottesco. Taluni finirono nelle Grotte Vaticane, sotto la chiesa, mentre altri diventarono di proprietà privata, proprio come in questo caso. Serena Romano è riuscita nell’ardua impresa di convincere i proprietari a concedere il frammento per questi pochi mesi, mostrandolo per la prima volta al pubblico.

L’opera è un rettangolo di 40 centimetri, e la sua attribuzione a Giotto è molto chiara. Dietro a questo frammento c’è una scritta che racconta come avvenne questo salvataggio: il segretario di papa Paolo V lo ha donato a un signore fiorentino di nome Matteo Caccini, e il cui stemma è apposto sul retro del frammento, proprio accanto a questa descrizione. Accertandone così la provenienza storica. Il Caccini lo espose alla devozione pubblica nel 1625. Sempre dalla scritta sappiamo che questo frammento proviene dalle pareti interne della prima Basilica di San Pietro. «Il mio ragionamento nello stilare (insieme ad Andrea De Marchi) la scheda del catalogo, ipotizza che questo frammento provenga dall’abside», dice la Romano. «L’interesse storico è altissimo, tanto più che in questa mostra l’opera è messa in relazione anche con il Polittico Stefaneschi (eccezionale prestito dei Musei Vaticani che lo hanno spostato per la prima volta) anch’esso proveniente dalla basilica vaticana antica. Purtroppo le lunghe trattative per ottenere questo prestito non hanno consentito il restauro dell’opera, che si farà però in seguito all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze».

Ma c’è un altro “frammento” che la curatrice Serena Romano sta cercando “disperatamente” ed è la cimasa (raffigurante il Redentore) della Croce lignea di Rimini. La foto fu pubblicata all’ inizio del XX secolo e poi una seconda volta nel 1957, da Federico Zeri, il quale indicava come l’ opera fosse custodita in una collezione privata inglese. Purtroppo se ne sono perse le tracce. Riaffiorerà mai?

(per maggiori informazioni vai al sito  www.mostragiottoitalia.it)

 

A  “gem”, never seen before in flesh and blood, will enrich the exhibition Giotto, l’Italia (14 masterpieces at Palazzo Reale, Milan, from 2/09 to 10/01/2016) . Getting this unseen artwork was very very difficult.  Curator Serena Romano (who designed this Giotto exhibition together with Pietro Petraroia, produced by Palazzo Reale and Electa) is very proud having obtained this loan for the milanese show. The work was known in a very small scholars’s circle. The first one was Professor Valentino Martinelli who, in 1971, published a photo in black and white in a book of studies. This fragment of a fresco which depicts the two saints (Peter and Paul, by convention) has been preserved over the centuries almost like a relic. When the first  St Peter’s church was flattened in 1610, someone providentially saved few pieces of Giotto’s cycle. Some ended up in the Vatican Grottoes , while others became private property, just as in this case. Serena Romano succeeded in the arduous task of convincing the owners to grant it for these few months, showing it for the first time to the public.

The work is a rectangle of 40 cm, and its attribution to Giotto is very precise. On this fragment’s verso there is an inscription that tells how this piece was saved: the secretary to Pope Paul V gave it to a Florentine gentleman named Matteo Caccini, whose coat of arms is on the reverse of the fragment, right next to this description. Thus proving the historical provenance. Caccini exposed him to public devotion in 1625. This description tell us that this fragment comes from the inner walls of the first St. Peter’s Basilica. «In my catalogue’s essay, written together with Andrea De Marchi, I do suggests that this fragment probably comes from the apse», says Romano. «The historical interest is very high, especially since in this exhibition the work is related with the Polittico Stefaneschi (an outstanding loan of the Vatican Museums that have moved it for the first time) which also originated from the same ancient Vatican Basilica. Unfortunately, long negotiations for getting this loan did not allow the restoration of the work, however planned after this show at the Opificio delle Pietre Dure in Florence».

But there is another lost “fragment” curator Serena Romano seeks “desperately” to find, this is the cyma (portraying the Redeemer) of the wooden cross of Rimini. The photo was published a first time at the beginning of the twentieth century and then a second time in 1957 by Federico Zeri, who asserted that the work was kept in a private English collection. Unfortunately no traces of the cyma until now. Will it ever resurface?

(For more detailed information please visit www.mostragiottoitalia.it)

 

Gli Uffizi e quell’identità dismessa. The Uffizi, a dismantled identity

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La grande novità della politica culturale (gestita dal ministro Dario Franceschini) sarebbe quella di aver designato sette direttori stranieri alla testa di alcuni dei principali musei italiani. La nostra arte è da secoli patrimonio del mondo, quindi si può ben dire che questa globalizzazione è un frutto made in Italy . Ad imparare il concetto di arte nel suo più ampio e alto termine sono venuti in Italia, nei nostri musei e nelle nostre principali istituzioni, studenti stranieri che sarebbero diventati poi i maggiori studiosi del mondo servendo con deferenza e abnegazione il verbo seminato dalla nostra cultura nel tempo . Abbiamo fatto scuola e ancora la facciamo, con la storia dell’arte e la pratica del restauro con specializzazione massima. Dunque tutto a posto con queste nomine di direttori tedeschi, francesi, austriaci? In buona sostanza tutte europee, quindi in linea con quella “comunità” che non vogliamo sia solo di stampo mercantile, ma anche culturale. Dunque tutto a posto? No, per nulla. Ci sono musei che incarnano la cosiddetta identità culturale propria di un Paese. E questo dovrebbero essere gli Uffizi. Il Louvre avrebbe mai potuto scegliere come direttore un italiano, un inglese, un tedesco? No, perché il Louvre “è” la Francia e viceversa, espressione di quel sano orgoglio issato a bandiera per aver creato un museo unico (realizzato anche con migliaia di opere italiane fatte confiscare da Napoleone e alcune riportate poi in Italia dallo scultore Canova, che aveva amore patrio). Le scelte del Ministro rispecchiano esattamente il contrario: l’Italia e gli italiani non s’identificano con gli Uffizi. Stesso discorso vale poi per la Galleria dell’ Accademia a Firenze, alla cui testa siede ora una direttrice tedesca, Cecilie Hollberg. Ma la tempra dei fiorentini sicuramente rimetterà le cose a posto. Non dicano poi che Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery di Londra, è un italiano: costui è nato a Londra ma ha una formazione prettamente anglosassone (oltre che internazionale) e in base a questa è stato designato. Antonio Natali, direttore degli Uffizi (al quale subentrerà poi il nuovo,  Eike Schmidt), ha fatto molto per il museo, sia come studioso con mostre di grandissimo livello scientifico e artistico premiate anche all’estero (con l’Apollo award), che come manager, dote richiesta oggi per la gestione di un museo. Ma ha detto troppi no alla politica (anche a quella dei prestiti). E questo, in Italia, si paga caro. Forse il vero obiettivo di tutta questa sarabanda di nomi era solo quello di scalzare lui? Non gli è stato consentito di portare a termine progetti già iniziati, di firmare fino in fondo l’evoluzione del museo, che è proprio un “piccolo” edificio, se confrontato con la capienza del Louvre e del Metropolitan di New York, che possono quindi vantare milioni di visitatori e di introiti da biglietti. E poi sorge un ulteriore dubbio: la visita a Firenze della Merkel, e poi quella all’Expo di Milano, sempre accolta da Renzi,  non ha alcun legame con questa svolta a Firenze?

Ci sarebbe poi ancora un’altra incisiva novità annunciata dal ministro Franceschini in fatto di politica culturale. In futuro, i musei dovranno tornare a progettare e a produrre le mostre, non più le società private che ora lo fanno (investendo molto e spesso guadagnando anche molto). Quest’inversione di rotta è da sempre una mia perorazione. Cosa mi preoccupa? Che quest’annuncio sia solo un proclama, a meno che il Ministero non decida di concorrere a finanziare VERAMENTE  questo nuovo corso, con centinaia di milioni di euro. Equivarrebbe a credere che la cultura è innovazione. Fatti i direttori dei musei (con quali pieni poteri?) si “rifacciano” i musei, in primo luogo non tagliando loro i fondi. Ma siamo alla fantapolitica. Anzi alla fanta-arte. Un binomio perdente.

The big news of the cultural policy (managed by the Minister Dario Franceschini) would be to have designated seven foreign directors at the head of some of the major Italian museums. Since centuries our art is world’s heritage, and this kind of globalization is a result of an action “made in Italy”. To learn the art concept in its broadest and highest term, many students came to Italy, in our museums and major institutions, later becoming the foremost experts in the world serving with deference and devotion our culture’s verb. We have made school and still do,  teaching art history and practicing the restoration at the highest quality level. So everything ok with these appointments of German, French, Austrian directors at the head of the major Italian museums? Basically all European people, so in line with these ” community” that we do not want just to be mercantile, but also cultural. So all right? No, not at all. There are museums that embody the so-called cultural identity of the own country. And this should be the Uffizi. In a similar case, would have the Louvre appointed an Italian, an English or a German as director? No, because the Louvre “is” France and France is the Louvre, expression of a healthy pride hoisted up as a flag, for having designed a unique museum (made with thousands of italian artworks confiscated by Napoleon and some brought back to Italy by Canova, as  a sign for patriotic love). The choices of the Minister reflect exactly the opposite: Italy and Italians do not identify with the Uffizi. Same goes then for the Galleria dell’Accademia in Florence, at whose head sits now another German director, Cecile Hollberg. But the temper of the Florentines definitely  will set  things right. Do not say then that Gabriele Finaldi, director of the National Gallery in London, is an Italian: he was born in London but has a purely Anglo-Saxon education (and obviously an international as well) and his designation is based precisely on that fact. Antonio Natali, former director of the Uffizi (the new one is the German Eike Schmidt), worked very hard for the museum, either as a scholar organizing very special exhibitions of great scientific and artistic importance, even awarded abroad (with the Apollo Award e.g), and as a manager as well, what is today required for the museum’s benefit. But he did not do favors to politicians (denying many loans as well). Therefore, in Italy, you pay dearly. Perhaps the real goal of all this uproar of names was only to oust him? He was not allowed to complete projects already started, to sign up in detail the development of the museum, which is just a “small” building, when compared to the size and capacity of the Louvre and the Metropolitan in New York, which can then boast millions of visitors gaining a hugh  amount of money from the ticketing revenue. And then another query arises: Merkel’s visit to Florence, and then to the Expo in Milan, always welcomed by Matteo Renzi, has no direct connection with this cultural turn in Florence?

There would be another incisive novelty in terms of cultural policy announced by the Minister Franceschini. In the future, Italian museums must return to design and produce shows, excluding private companies which are now monopolizing this business (investing and gaining from that). This shift has always be my “personal” fight. But, I’m worrying that this announcement sounds only as a proclamation, unless the Ministry decides to really finance this new course, with hundreds of millions of euros. This would mean that finally culture is considered as innovation. Once appointed these museum’s directors (with full powers?) then the Minister should press the restart button for all museums, primarily not by cutting their funds. But this is political science-fiction. Indeed art-fiction. A losing binomial.