Giornata della Memoria, il pittore Daniel Schinasi ricorda

E’ stato spesso detto che, dopo Auschwitz, gli ebrei sentano come impossibile fare ancora musica, dipingere, scrivere, e questo si dice per indicare il valore azzerante di quella tragedia che si compì nel nome della superiorità di una razza su tutte le altre, e che mirava anche ad annientare l’anima di un popolo. L’orchestrina femminile che suonava per accompagnare i propri correligionari verso le camere a gas è il paradosso della musica stessa, normalmente concepita per allietare lo spirito delle persone. Ma poi vediamo quanta arte, musica, letteratura sia stata fatta in seguito, a testimonianza della vittoria della vita su chi voleva sradicarla dal mondo. Oggi si celebra la Giornata della Memoria per ricordare tutte le persone morte nei campi di concentramento in Germania come altrove. Giornata che dovrebbe essere un monito contro l’insorgenza di altri orrori simili, ma vediamo bene che la messa in pratica dell’odio dell’uomo su un altro uomo, per motivi razziali e religiosi, non finirà mai. E, come dice Papa Francesco, è certamente più difficile fare la pace che non la guerra. In questa Giornata la parola è ai protagonisti, ai sopravvissuti. A chi può ancora raccontare come sono avvenuti fatti, senza ombra di dubbio, perché ricordare è difficile e doloroso. Il pittore neo-futurista Daniel Schinasi stasera a Londra, all’Istituto italiano di cultura (incontro coordinato da Susan Kikoler, importante storica dell’ebraismo in Italia e Direttrice della Società italo-britannica a Londra), racconta davanti alla telecamera, la sua fuga dall’Egitto, per il rimpatrio in Italia durante la guerra di Suez. (L’ebreo italiano di Alessandria, film diretto da Giuseppe La Rosa e Oliviero Olmi). Mentre ricorda, vediamo il pittore al lavoro sul dipinto di grandi dimensioni dedicato a Galileo.

Arte e cibo, Brescia ha iniziato il countdown dell’Expo. Food&Art, Brescia begins the countdown

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La prima città ad occuparsi del cibo nell’arte è stata Brescia, in larghissimo anticipo su Milano e sull’Expo interamente incentrata su “nutrire il pianeta”. La mostra a Palazzo Martinengo si è infatti inaugurata il 24 gennaio e durerà oltre giugno, mentre le mostre milanesi partiranno dal primo maggio. Il tema della natura morta è arcinoto, lo hanno dipinto maestri di ogni tempo, specie nel Cinquecento e nel Seicento italiano ed europeo. E, ancor oggi, molti artisti, di stampo iperrealista, ne fanno la propria bandiera di abilità, ad imitazione-inganno della Natura. La mostra bresciana (a cura di Davide Dotti), offre un’ampia panoramica partendo da opere poco viste, come Il mangiatore di ricotta del Campi , via via passando per la pop-art (con l’Ultima Cena di Warhol, e anche la sua Campbell soup) fino alle tavole abbandonate di Daniel Spoerri (con piatti e stoviglie sporche). La scultrice ceroplasta Paola Nizzoli ha lavorato invece a una “piramide” alimentare, sorta di Paese del Bengodi della nostra civiltà da un lato iperalimentata, e dall’altro sottoalimentata. Ma la vera sorpresa è quell’imponente scultura alla maniera dell’ Arcimboldo (1526/1593), Il Custode dell’orto, un “unicum” che traduce nella pietra arenaria gli stilemi della sua pittura, una concrezione di frutta e di ortaggi (della terra lombarda), dal melone cantalupo alla verza, alle due grosse rape rosse che compongono le natiche. La scultura (attribuita a un anonimo scultore lombardo attivo nella seconda metà del XVII secolo) rimanda a certe raffigurazioni di Ercole nella statuaria classica e poi a quell’Homo sylvestris (che ha per pelle la vegetazione), discendente di Silvano, il dio latino dei boschi.

The first city to deal with food in the art is Brescia, in broad advance on Milan and the Expo, entirely focused on “feeding the planet.” The exhibition has been inaugurated at Palazzo Martinengo January 24th, while the Milan shows will start from May 1. The topic of still life is very well known, and has been painted by italian and european masters of all time, especially in the XVI and XVII century. And, even today, many artists, hyperrealist, make its flag of skill, in imitation of Nature-deception. The exhibition in Brescia (curated by David Dotti), provides a broad overview, starting from works little viewed, such as the Cottage cheese eater by Campi, gradually passing through Pop Art (with the Last Supper of Warhol, and also his Campbell soup) to the Tableau piège by Daniel Spoerri (abandoned tables with plates and dirty dishes). The sculptress wax modeller Paola Nizzoli produced her food “pyramid”, sort of Paese del Bengodi of our civilization on one hand hypernourished and on the other undernourished. But the real surprise is that impressive sculpture in the manner of Arcimboldo (1526/1593), The Keeper of the garden, a “unique piece” which translates into the sandstone the stylistic features of his painting, a concretion of fruits and vegetables (species that grows in Lombardy), from cantaloupe melon to cabbage, to the two big beetroots that make up the buttocks. The sculpture (attributed to an anonymous Lombard sculptor active in the second half of the XVII century) refers to certain representations of Hercules in classical statuary and moreover to the Homo sylvestris (with vegetation for skin), descendant of Silvanus, the Roman god of the woods.

Inaugurata Artefiera a Bologna, anche nel nome di “Je suis Charlie”.

 

L’onda lunga della reazione agli attentati di Parigi è giunta fino all’Artefiera di Bologna, inaugurata ieri con un grande afflusso di pubblico a inviti. Portabandiera della reazione e della solidarietà alle vittime è stato Lucio Perone che si è così allineato con la protesta-fiume che si è sollevata in mezzo mondo. Realizzando prontamente con un’opera (una serie di matite colorate sovrastate dalla scritta “Je suis Charlie”), venduta ad una collezionista francese per 6mila euro. Ma un altro gallerista ha invece preferito astenersi dal presentare i lavori di Patrizia Guerresi, in arte Maimouna (da molto tempo convertita all’Islam) che nelle sue opere fotografiche presentava bambini intenti a giocare con pallottole ed obici, armi che, come sappiamo dalle cronache dall’Africa e dal Medioriente, sono davvero nelle loro mani, e non per finta.

 

Successi postumi. La fiera, nel suo complesso, si presenta come un classico, con il padiglione 26 più che nazionale, nazionalistico. Vediamo un’abbondanza di superfici specchianti di Pistoletto (degli anni più recenti), dei Fontana sempre di grande impatto (da Tornabuoni e da Mazzoleni), specie con i suoi teatrini (da Antonio Battaglia e da Il Castello che presentano anche gli intrecci di Marrocco), una forte presenza di Pino Pinelli con le sue forme sature di pigmenti puri (una coppia di atomi, 9500 euro da Poleschi Arte). E poi continua l’ascesa postuma di Paolo Scheggi, mentre si prefigura quella di Baj con i suoi generali che tornano alla ribalta (25mila euro da Guastalla Centro Arte). Molto gettonati i protagonisti dell’arte ottico dinamica sbocciata negli anni Sessanta con Dadamaino, Marina Apollonio, Nanda Vigo, Chiggio e Biasi, che avrà una personale a Parigi da Tornabuoni e poi a New York. Necessario anche l’omaggio a Burri (in previsione della grande mostra dell’artista al Guggenheim di New York, in ottobre) e il gallerista Sapone di Nizza (galleria che fu punto di riferimento anche per Picasso e Giacometti) presenta uno stand di grande purezza formale, con quattro cellotex (dai 400 ai 600mila euro l’uno), sei maquettes di grandi opere (ognuna 40mila euro) e una serie di multipli non in vendita. Da Contini è la scultura ad avere un rilievo primario, con l’omaggio allo scomparso Mitoraj, e al vivente Robert Indiana, famoso per quel suo Hope, di cui oggi tanto si sente il bisogno.

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Un peso sulla schiena. Mazzoli padre espone una tela di grandi dimensioni di Schifano, un grande omaggio alla maternità, con una donna che sforna figli come conigli. Dipinto realizzato dall’artista in un momento di massima felicità, quando ebbe il primogenito. Mazzoli figlio è sul versante di una contemporaneità più tagliente e ci presenta una scultura di Donato Piccolo, una figura maschile, sulla cui schiena sono piazzati meccanismi per scrivere (20mila euro). Decisamente affascinante la scultura Panorama di Vaclav Cigler, realizzata in cristallo ottico bombato, che riflette l’ambiente circostante (da Caterina Tognon a 35mila euro). Un’opera che rimanda al celebre quadro del Parmigianino. Da Vistamare troviamo invece un interessante lavoro di Rosa Barba dal titolo Coupez ici (tagliate qui). Realizzato con un nastro di pellicola in cui c’è scritto l’esatto contrario, ossia ne pas couper ici (non tagliate qui), costo 40mila euro. Nella nutrita sezione delle gallerie che trattano la fotografia (a cura di MIA), segnaliamo i lavori di Migliori (da Valeria Bella), di Irene Kung, di Patrick Willocq (dai 3800 ai 6500 euro, allo Studio Clelia Belgrado), di Thierry Konarzewski. Va sempre forte la pittura materica di Jason Martin, opera venduta da Mimmo Scognamiglio per 100mila euro. E davvero fuorvianti sono le sculture in marmo di Paolo Viale che imitano alla perfezione il legno (di una cassetta di verdura) e la gomma (di un pneumatico), da Poggiali e Forconi che presentano anche Zorio, Papetti, Pignatelli e J&Peg. Alla Boxart lavori di Emilio Isgrò, uno dei prossimi maestri a salire nelle quotazioni di mercato.

Kimsooja, i colori dell’universo.Kimsooja’s universe’s colors

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Sulla teoria dei colori, nei secoli, si sono espressi vari studiosi, e anche un poeta come Goethe. L’artista coreana Kimsooja, che da anni ha messo al centro della sua ricerca (anche spirituale) la luce, la Natura e lo spazio, ci presenta oggi alla galleria Tschudi di Zuoz (in Engadina) una concezione del colore che deriva dal rapporto tra Yin e Yang, oltre che dalla riflessione che ne fa il Confucianesimo e il Taoismo. Con la parola Obangsaek i coreani definiscono lo spettro di colori della natura dell’universo. E ad ogni colore corrispondono elementi naturali, profumi, desideri e caratteristiche umane.

 

 

Obangsaek is the Korean color field that represents the nature of the universe. Signifying the four cardinal points and the center, the five colors of Obang (directionality) and Saek (color) draw from the philosophies of the cultures that originally formed the Ural-Altaic linguistic family. The theory of the colors derives from the relationships of Yin and Yang, Confucianism and Taoism. Obangsaek assigns elements of nature, flavors, wishes, desires and characteristics of human nature to each of the colors. Yellow at the center, signifies universe, earth, power and dignity. East (blue) represents wood, spring and happiness. West (white) is metal, autumn, innocence and truthfulness. South (red) is known as the color for summer, fire, creativity and passion. North (black) is water and winter, intelligence and wisdom. The color spectrum presented in this exhibition is a secondary color spectrum associated with the symbolic Obangsaek color field.

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Galerie Tschudi is pleased to present To Breathe: Obangsaek by acclaimed multi disciplinary conceptual artist, Kimsooja. The exhibition, which is the artists’ second solo at Galerie Tschudi, includes several new works and many others that have never been shown in Europe. To Breathe: Obangsaek explores the artist’s ongoing questions as a painter and Obangsaek theory, which has led her to move beyond the surface to the activation of space as an experience of light in such site-specific installations as The Crystal Palace in Madrid, the Korean Pavilion at the 55th Biennale di Venezia and most recently in A Needle Woman: Galaxy was a Memory, Earth is a Souvenir at Cornell University, New York.

The exhibition title comes from the site-specific installation, To Breathe: Obangsaek which was first realized as part of “The Lift” elevator wallpaper project, organized by Art21 at the Bloomberg building in New York in 2013. In this installation, wallpaper printed with obangsaek pattern envelops the viewer, activating the body as the fifth element of directionality—the center. In other rooms Deductive Object: Obangsaek (2014) carpets—similar to those used in Korean weddings—roll up or stretch out, leading directionality in relation to bodies and their journeys. Similarly, the Seven Wishes (2004) print portfolio translates the cardinal points of Obangsaek into wishes that connect to the sensory and emotional experience of humanity as a symbolic frame of human life.

Moving from an autobiographical approach to reach universality in her use of bedcovers, Kimsooja expands her exploration to a global context in To Breathe – The Flags (2012), as a frame of nationhood that leads to transnational status. In this video piece, 246 national flags dissolve in a continuous loop, their iconic surfaces morphing into one another. In the first iteration of this work, which was commissioned by the IOC Olympic Museum, Lausanne for the 2012 London Olympic Games, the artist layered the flags of all the participating countries in a reflection of the unifying spirit of the games. In To Breathe – The Flags, this proposition is expanded to include all of the world’s national flags in alphabetical order without hierarchy or political prejudice, in the hope of creating a visual experience whereby national difference and conflicts can be merged and harmonized as one.

Drawing us back from the symbolic to the essence of humans and life, the video works Fire of Air (2009) and Mirror of Air (2010) are extracts from the artist’s explorations of the elemental forces of nature and their relationship of mutual circulation and connection. This powerful presence of matter is questioned by the tiny voids in sand created by crabs’ regurgitation on a beach near the Yonggwang nuclear power station, as depicted in the Architecture of Vulnerability (2010-2013) lightbox series. These images of an elemental structure of presence and absence created by nature, recall the relationship of Yin and Yang to the human body, which has been a central concern of Kimsooja’s work for many years.

An Album: Hudson Guild (2009) simultaneously evokes a sense of past, present and future through video portraits of elderly people at Hudson Guild Community Center in New York. The figures—who appear at times facing the viewer and at times with backs turned, respond by turning to face the camera when the artist calls their names, recalling the memory of her deceased father.

Deductive Object: Unfolding Bottari (1991-2014) includes 223 images taken by the artist at flea markets around the world. Accumulated, the vulnerability of objects in a moment of transition questions the destination of human desire and that of possession.

All of Kimsooja’s investigations are contextualized from the processes of mundane daily acts such as sewing, weaving, wrapping and unfolding that begin with her gaze as a painter and expands towards all possible directionalities.

The multiple directionality of the artist’s gaze actively draws the delicate thread that she follows so compellingly in the Thread Routes series. In this series, the films function as a structural investigation into the similarities in performative elements of textile construction and their relationship to nature, architecture, agriculture and gender relationships across cultures and geographic zones.

For the first time in Europe, Kimsooja will present Thread Routes – Chapter II (2011) which is the second in the six part series of films shot on 16mm. Filmed in various European cities, the film depicts a wide variety of lace making techniques, woven together with images of delicate yet grand European structures such as the Duomo in Milan, the Eiffel Tower in Paris, Sedlec Ossuary in Kutna Hora and La Alhambra in Granada. The bold, masculine and power-oriented monumental architectural forms and structures are juxtaposed with the delicate, feminine and ephemeral lace making alongside the structure of local flowers and vegetation.

Since the late 70s, Kimsooja has transformed and redefined the notion of painting into object/sculptural pieces, performance, video, and site-specific sound and light installations. Her innovation has been to question the surface/tableau, self and the other; dealing with existential, natural, cultural and political borders from the concept of obangsaek and its dimensionality with relation to the artist’s body in the world; contextualizing her own concepts in parallel to Western art history.